Il servizio sociale nella cura del “paziente” disabile

Il servizio sociale si occupa di quei problemi che nascono da una relazione distorta, patologica, carente o assente tra l’uomo e il suo ambiente, l’obiettivo è modificare la persona nella misura in cui ciò sia necessario perché possa incidere nella realtà sociale per la soluzione dei suoi problemi e la modifica della realtà sociale in quanto questa possa interagire, nel giusto modo, con i diretti interessati.

Più che un generico lavoro sociale, è una professione di aiuto che si esplica in modo prevalente entro i servizi sociali, i servizi socio-sanitari, i servizi giudiziari, quindi nelle strutture pubbliche, ma anche private, per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

Il processo di aiuto è volto ad aiutare le persone ad individuare, attivare e sviluppare le proprie capacità, creare i raccordi necessari tra bisogni e risorse e progettare, organizzare e gestire le risorse istituzionali o di privato sociale che possano dare una risposta concreta ai bisogni.

Il compito di un assistente sociale professionista è quello di capire le situazioni sociali ed esistenziali, valutarne i diversi aspetti, avanzare ipotesi sugli obiettivi da porsi, realizzare strategie (attraverso l’erogazione di prestazioni, l’attivazione di reti di sostegno e la promozione della capacità delle persone) e infine valutarne gli esiti.

Si tratta quindi di un lavoro impostato su un chiaro orientamento metodologico centrato sulla capacità di approfondire situazioni di difficoltà, per definire possibili soluzioni.

Il fine è la promozione di benessere inteso soprattutto come migliore qualità di vita.2

Sintetizzando il pensiero di Ciolfi e Milana (1983) si ricava che << L’assistente sociale aiuta le persone a sviluppare autonomia nell’uso delle risorse sia personali che sociali, e contribuisce direttamente a sviluppare, attivare, trasformare risorse>>.

Analoga definizione si ritrova in Ponticelli e Bianchi (1987) e in Diomede Canevini (1987):<<L’assistente sociale lavora perché il sistema di risposte sia tale da promuovere autonomia nelle persone e perché le persone imparino a usare autonomamente le risorse>>.

Il provvedimento metodologico prende, quindi, in considerazione prima la situazione di bisogno e poi quella di aiuto, rimanendo costante nelle sue diverse fasi e momenti di sviluppo in rapporto agli obiettivi.

Come possiamo intuire, la dimensione e il grado di disabilità sono il risultato dell’intreccio tra numerose variabili.

La disabilità, cioè la compromissione nella capacità di esercitare funzioni ritenute convenzionalmente normali, comporta diversi gradi di esclusione o discriminazione sociale, che spesso è causa di aggravamento.

La presa in carico della persona disabile pone l’attenzione sulla globalità della persona, al fine di favorire un percorso di crescita del soggetto attraverso interventi mirati che portino all’acquisizione della autonomia nella gestione del quotidiano, allo sviluppo delle capacità cognitive e di competenze comunicative e relazionale. È un processo che si traduce in un progetto condiviso e concordato con le persone coinvolte e interessate (soggetto-famiglia-territorio).

L’assistente sociale ha, quindi, il compito di presa in carico del singolo, della sua famiglia e del contesto in cui esso vive attraverso un processo multidimensionale.

Di fondamentale importanza sono gli strumenti utilizzati in questa professione, nel processo di aiuto, come: il diario giornaliero che rappresenta ciò che l’assistente fa per l’utente in modo cronologico per tener traccia del processo di aiuto; la cartella sociale, strumento informativo e gestionale che consente di tenere in memoria i dati necessari per valutare e controllare l’evolversi dei bisogni; la relazione sociale che è lo strumento principale per trasmettere informazioni sul processo di aiuto oppure può essere utilizzato per fini organizzativi-gestionali; il colloquio, cioè una forma specializzata di comunicazione interpersonale, guidata dall’assistente sociale verso uno scopo, al fine di instaurare una relazione con l’utente che favorisca la comprensione per poi intravedere soluzioni possibili; la visita domiciliare è uno strumento che deriva dalla pratica medica che consiste nel visitare il bisognoso a domicilio, utile per osservare l’ambiente familiare; il lavoro di gruppo basato sulla concezione che il problema di un individuo sia il problema del gruppo sociale.

Sapendo che esistono vari tipi di disabilità (dalla costrizione a letto, su sedia a rotelle, difficoltà fisiche, ritardi mentali,…) e cosa più importante ogni persona disabile è immersa nel proprio contesto di vita familiare e sociale, come dettato dalla legge 328/2000 ogni utente deve avere un progetto di aiuto individuale (PAI).

Il termine progetto assume diverse accezioni in relazione agli ambiti disciplinari in cui trova utilizzo. Nel linguaggio comune indica un’idea, un proposito, più o meno definito, che si intente realizzare rispetto al vivere quotidiano.

Nell’ambito del servizio sociale il “progetto” ha assunto valenza significativa ancor prima delle indicazioni date dalle leggi, di settore e generali, approvate alla fine del 2000. Come già avevamo anticipato nel primo paragrafo, in riferimento ad alcune categorie di cittadini (compreso i disabili) in molte realtà regionali sono attive, da tempo, unità operative con compiti di valutazione multidimensionale dei problemi, cui fanno seguito i progetti individuali, richiedenti l’apporto di più servizi, nella prospettiva di una maggiore integrazione tra prestazioni e competenze professionali.

Attraverso il progetto di assistenza individuale, non si pensa più alla persona disabile come ad un semplice utente di singoli servizi, ma come ad una persona con le sue esigenze e le sue potenzialità.

Occorre che si pensi al progetto individuale non solo come un documento che descrive cosa si può fare oggi, ma come uno strumento a lungo termine in cui la famiglia, la comunità e le istituzioni devono cercare di provvedere a rendere positive le condizioni così da rendere giusti gli interventi.

Per predisporre un corretto progetto dobbiamo analizzare tutte le variabili come la situazione sanitaria personale, la situazione economica, lavorativa, culturale e sociale, situazione relazionale affettiva e familiare, disponibilità delle reti da attivare, interessi ed aspirazioni personali, servizi territoriali già utilizzati e da attivare in futuro.

Inoltre il progetto registra tutti gli interventi attivati, interventi decisi appunto dopo una valutazione multidimensionale.

Nel processo di aiuto forse uno degli strumenti più importanti che è possibile attivare è l’assistenza domiciliare, strumento che garantisce il rispetto del domicilio, incentrato sulla relazione d’aiuto tra la persona e la famiglia.

Consiste nel “portare a casa” della persona bisognosa gli interventi di aiuto, perché non dobbiamo mai dimenticare che il domicilio è lo spazio significativo che comprende la globalità della persona, oltre ad avere un significato affettivo.

L’intervento deve essere integrato tra i comparti socioassistenziali e sanitari, tra i livelli di intervento e tra le varie figure professionali (come l’assistente domiciliare, ora OSS).

L’aiuto domiciliare può prevedere anche l’assegno di cura, i pasti a domicilio, il servizio di lavanderia, l’affidamento familiare, il telesoccorso, oltre alle cure giornaliere.

In genere questo servizio è offerto dal pubblico, ma può essere anche affidato a cooperative sociali, oppure acquistato con buoni servizio. Oltre certi limiti di reddito sono previsti dei contributi economici che variano a seconda del reddito e delle scelte istituzionali.7

Le strutture a cui rivolgersi, o attivare, nella cura di persone disabili sono i centri semi-residenziali e residenziali.

Per quanto riguarda le strutture semi-residenziali si tratta di Centri diurni dove i professionisti offrono cure per gli utenti e sostegno per le famiglie, soluzione quindi alternativa al ricovero, per permettere agli assistiti la permanenza nel proprio domicilio e nel proprio nucleo familiare.

I principali interventi dei Centri diurni, per la cura di soggetti disabili, sono costituiti da: interventi sulle competenze relative all’autonomia e alla cura della persona, interventi sulle competenze sociali, interventi sulle competenze psicomotorie e interventi sulle competenze pre-lavorative.

Le prestazioni date dall’assistente sociale sono : l’accoglienza della domanda di accesso al Servizio, la valutazione dei casi, apertura e aggiornamento delle Cartelle Sociali, pianificare le attività, programmare, verificare e valutare i piani individuali, lavorare in rete con i servizi presenti sul territorio, sostenere ed educare la famiglia dell’utente con disabilità.

Invece i centri residenziali offrono assistenza medica, infermieristica, riabilitativa e alberghiera, e si rivolge soprattutto a cittadini non autosufficienti o in parte.

Infine possono essere attivati dei servizi come: il servizio di interpretariato per non udenti, assicurato dal Comune a quelle persone che hanno limitazioni nella comunicazione; l’assistenza scolastica per gli alunni disabili per le scuole di ogni ordine e grado e viene attivato in seguito una valutazione di équipe, a cui partecipa il servizio sociale professionale dell’ente di riferimento; i servizi di sollievo, diffusi da alcuni anni, hanno una finalità di tipo preventivo e sono orientati al sostegno delle famiglie con disabile , utili per combattere soprattutto l’isolamento che spesso viene a crearsi in determinate situazioni; in alcune realtà sono attivi anche interventi di parent-training rivolto ai familiari della persona disabile che hanno lo scopo di sostenere i genitori nella cura; alcuni enti locali offrono anche contributi economici, prestazioni e interventi erogati indipendentemente dal Comune; infine anche per disabili senza un’adeguata rete familiare ci sono in atto sperimentazioni di affido presso altri nuclei familiari.

Ci appare chiaro che la famiglia rappresenta il supporto essenziale delle persone con disabilità, ma è altrettanto indispensabile che i servizi sociosanitari territoriali continuino a dedicare molta parte dei loro interventi alle persone disabili, soprattutto per permettere loro una condizione di vita adeguata e un buon inserimento sociale e lavorativo, quando è possibile.